Le carte non mi hanno mai parlato di un destino già scritto
Ho sempre sentito che tra una domanda e una risposta esiste uno spazio.
La prima volta che ho incontrato le carte, mi sono state presentate come un possibile futuro: una direzione che poteva cambiare attraverso le nostre scelte.
Crescendo, però, ho incontrato anche un modo diverso di leggerle. Un modo fatto di certezze: “è così”, “succederà questo”.
E mi sono accorta che quelle parole, invece di aiutarmi, lasciavano dentro di me una parte di paura.
Da lì sono nate alcune domande che mi hanno accompagnata a lungo: davvero il nostro destino è già tutto scritto? Davvero non possiamo scegliere? E le carte, cosa rappresentano realmente: una sentenza o uno strumento per comprenderci meglio?
Perché cerchiamo risposte certe?
Ho iniziato a documentarmi e a studiare, ma soprattutto a osservare.
Noi esseri umani viviamo di emozioni. Quando attraversiamo un momento difficile, quando abbiamo paura di perdere qualcuno o sentiamo di non avere il controllo di ciò che sta accadendo, è naturale cercare risposte.
A volte, però, il bisogno di una certezza può portarci a fare sempre le stesse domande, aspettando una risposta che ci rassicuri o che confermi ciò che già pensiamo. Possiamo rimanere legati a un’attesa, a una paura o all’idea che tutto dipenda da qualcosa fuori da noi.
È proprio qui che, per me, cambia il senso della lettura: una carta non dovrebbe togliere libertà, ma aprire uno spazio di osservazione.
Quando ho iniziato a guardare me stessa
Nel 2020 mio marito aveva iniziato a dirmi che mi vedeva diversa.
Io rispondevo che andava tutto bene, perché in quel momento credevo davvero che fosse così.
Lavoravamo entrambi, le giornate si assomigliavano tutte. Tornavamo a casa e ognuno sembrava chiudersi nel proprio spazio. I ragazzi erano ormai grandi e io, senza rendermene conto, avevo iniziato a sentirmi sola e profondamente insoddisfatta.
Ero arrabbiata. Litigavo con mio marito e pensavo che il problema fosse soprattutto il suo modo di comportarsi con me. In parte avevo le mie ragioni, ma c'era una domanda che ancora non mi stavo facendo: io, dentro quella vita, come stavo davvero?
Non si trattava di trovare un colpevole
Guardarmi non significava pensare che tutto dipendesse da me o che le mie ragioni non avessero valore.
Significava iniziare a chiedermi quale parte avessi io in ciò che stavo vivendo.
Mi sono accorta che ero cambiata. Ero insoddisfatta, arrabbiata, mi sentivo ferma. Allontanavo mio marito, ma nello stesso tempo attribuivo a lui tutta la responsabilità della distanza che si era creata tra noi.
Quando ho iniziato a osservare anche me stessa, qualcosa è cambiato. Non perché improvvisamente avessi tutte le risposte, ma perché ho cominciato a farmi domande diverse.
Cosa mi mancava? Cosa desideravo davvero? Cosa potevo scegliere di cambiare nella mia vita?
Quando una domanda diventa una scelta
Quelle domande non mi hanno dato una risposta immediata. Ma hanno iniziato a muovere qualcosa.
Ho cominciato a riconoscere che una parte della mia insoddisfazione non riguardava soltanto il mio matrimonio. Riguardava me, la vita che stavo conducendo e il bisogno di ritrovare qualcosa che sentissi davvero mio.
A un certo punto ho lasciato il mio lavoro e ho scelto di provare a costruire qualcosa intorno a ciò che mi appassionava da sempre.
Non è stata una scelta semplice e non voglio raccontarla come una favola in cui, da quel momento, tutto è diventato facile. Ho avuto dubbi, difficoltà e momenti in cui mi sono chiesta se stessi facendo la cosa giusta.
Ma quella scelta mi ha insegnato qualcosa che ancora oggi porto nel mio modo di lavorare: assumersi la responsabilità della propria vita non significa controllare tutto ciò che accade. Significa riconoscere ciò che sentiamo e domandarci cosa possiamo scegliere di farne.
È così che vivo le carte oggi
Mio marito, ancora oggi, a volte mi dice:
«Io non credo nelle carte.»
E io gli rispondo:
«Va bene.»
Poi gli chiedo:
Credi che ognuno di noi viva emozioni?
Sì.
Credi che una persona possa trovarsi davanti a una scelta difficile e sentire che una strada è più vicina a ciò che desidera veramente?
Sì.
E allora, per me, è proprio qui che entrano le carte.
Non come una voce esterna che decide al nostro posto. Non come una sentenza che ci dice cosa accadrà. Ma come un linguaggio simbolico capace di aiutarci a osservare ciò che stiamo vivendo, le emozioni che ci attraversano, le paure che ci trattengono e anche le possibilità che forse non stiamo considerando.
Le carte, per come le vivo io, sono uno specchio.
Non sempre ci mostrano qualcosa che non sappiamo. A volte ci aiutano a guardare ciò che, in qualche parte di noi, sappiamo già ma non riusciamo ancora a vedere con chiarezza.
Ed è questo lo spazio che desidero offrire attraverso il mio lavoro: non dirti quale sarà il tuo futuro, ma accompagnarti a osservare il tuo presente con uno sguardo diverso.
Perché credo che una lettura non debba rendere una persona dipendente da una risposta.
Dovrebbe restituirle domande, consapevolezza e possibilità di scelta.